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"Non sapevo che si potesse parlare a cuore aperto"

Intervento di Mariela Castrillejo alla Giornata Clinica dei Docenti IRPA

20 marzo 2026


Voglio cominciare da una scena.

Alla fine di un intervento in cui avevo portato una testimonianza personale , la morte precoce di mio fratello, le radici inconsce della mia scelta analitica, un collega, uno psicoanalista di lunga esperienza, fondatore di istituzioni, figura importantissima nella cultura lacaniana francese, prende il microfono e dice davanti a tutti: "Non sapevo che si potesse parlare a cuore aperto."

Mi fermo su questa frase perché non viene da un allievo timido che scopre qualcosa di nuovo. Viene da qualcuno che ha attraversato decenni di formazione, ha costruito dispositivi istituzionali, ha scritto e insegnato la psicoanalisi per tutta una vita. Quando una persona con quella storia dice "non sapevo che si potesse", non sta descrivendo una lacuna personale. Sta pronunciando, forse senza saperlo, una diagnosi istituzionale dall'interno.

C'è qualcosa di ancora più significativo: lo ha detto con il microfono in mano, in pubblico. Non sottovoce. Ha scelto di esporsi. Ha trasformato la sua sorpresa in un atto. In qualche modo, il contagio era già avvenuto in tempo reale, stava parlando a cuore aperto nel momento stesso in cui diceva di non saper di poterlo fare.

Uso questa scena non per parlare del collega francese, che incarna, con la sua onestà, il meglio di una certa cultura analitica, ma perché quella frase apre una domanda che riguarda tutti noi: cos'è che produce, in un analista formato e autorevole, la convinzione che non si possa parlare a cuore aperto?

Non c'era un divieto esplicito. Non c'era nessuno che avesse mai detto: il cuore si tiene chiuso. Eppure, la norma era lì, trasmessa, interiorizzata, operante. Invisibile proprio perché nessuno l'aveva mai formulata.

Da questa domanda nascono le proposizioni che voglio portare oggi.

La norma del cuore chiuso non si trasmette attraverso il Discorso del Padrone, non è un maestro carismatico che impone con la propria autorità uno stile. Se fosse così, si potrebbe almeno contestare, perché avrebbe un volto.

Si trasmette attraverso qualcosa di più sottile: il sapere che si offre come neutro e totale. Il seminario in cui è la teoria che parla, non il soggetto che la porta. Il convegno in cui la precisione concettuale è la misura di tutto e la narrazione personale è, implicitamente, una debolezza. Il testo scritto in cui il gergo impeccabile certifica l'appartenenza e copre ogni crepa.

In questa struttura, il potere non scompare, si nasconde sotto il sapere. Nessuno comanda esplicitamente: è ovvio che si fa così. Ed è proprio questa ovvietà, questa assenza di formulazione, che rende la norma incontestabile. Non si può contestare ciò che non è mai stato detto.

Il paradosso più sottile è questo: i testi insegnati parlano del soggetto, della singolarità, del desiderio dell'analista. Ma il modo in cui vengono insegnati, impersonale, blindato, senza crepe visibili, trasmette esattamente il contrario. Che il soggetto di chi insegna non c'entra. Che la teoria è una cosa e la vita è un'altra.

Il collega con il microfono aveva imparato la teoria del soggetto. Ma aveva imparato anche, senza saperlo, a tenere il proprio soggetto fuori dal discorso pubblico. Le due cose coesistevano senza contraddirsi, perché di solito non sono mai messe in tensione.

Questo è il punto da cui voglio partire: si tratta di una trasmissione silente che viaggia esattamente nei canali che la psicoanalisi conosce meglio, non attraverso ciò che si dice, ma attraverso ciò che non viene mai detto.

Cosa significa insegnare la psicoanalisi invece di insegnare su di essa? La differenza non è nel contenuto. È nella posizione del docente rispetto alla propria mancanza.

Un docente che insegna su la psicoanalisi offre un sapere blindato, preparato in modo da non lasciare buchi visibili, da anticipare ogni domanda, da non essere colto impreparato. È una posizione comprensibile, spesso responsabile e rigorosa. Ma trasmette, involontariamente, che il sapere deve essere una casa senza fessure. Che la mancanza è qualcosa di cui vergognarsi.

Un docente che insegna la psicoanalisi fa qualcosa di diverso: mostra, nel modo in cui sta nel testo, che lui stesso ha dovuto attraversare qualcosa. Non racconta la propria storia per se stessa, ma porta nel discorso le tracce di un incontro reale con la teoria, con la clinica, con l'impossibile. Mostra come si sta in un posto difficile senza dissolversi.

È questa differenza, suppongo, che ha prodotto l'effetto nel collega con il microfono. Non il contenuto della testimonianza, ma il fatto che qualcuno stesse mostrando come si tiene una ferita senza nasconderla e senza esserne sommersi. Quella misura, non la saturazione, non il silenzio, ma il bordo, era qualcosa che lui riconosceva come vero.

Quando la trasmissione avviene davvero, l'agente non è il sapere, è la mancanza del docente che si offre come causa del desiderio dell'allievo. Non si tratta di tecnica. Si tratta di posizione.

La sorpresa del collega era la traccia, il segno che qualcosa si era mosso, che qualcosa aveva prodotto un effetto anche in chi pensava di essere lì solo come osservatore.

Arrivo ora alle proposizioni. Le formulo in modo netto, perché siano contestabili.

1. Il docente non è neutro, e deve saperlo.

Ogni docente porta in aula una storia, un fantasma, un modo singolare di stare nella teoria. La questione non è eliminare questa soggettività, è impossibile, ma riconoscerla. Il docente che finge la neutralità non protegge gli allievi dalla propria storia: la trasmette in modo più opaco, proprio perché non nominata.

Il collega con il microfono non aveva scelto il cuore chiuso. Lo aveva ricevuto, invisibilmente, da qualcuno che a sua volta non lo aveva scelto. La catena si spezza solo quando qualcuno la nomina.

La norma del cuore chiuso nella cultura lacaniana è una scelta etica consapevole o un'eredità mai interrogata? E chi paga il prezzo di quella norma?

2. Il desiderio del docente non è opzionale.

Un docente trasmette finché il suo desiderio è vivo, finché il testo che insegna lo sorprende ancora, lo obbliga ancora a pensare. Quando il desiderio si spegne, la trasmissione diventa lettera morta. Le parole ci sono tutte, la dottrina è esposta correttamente, ma nell'aula non accade nulla.

Il gergo impeccabile senza soggetto vivo è la forma più sofisticata di resistenza alla psicoanalisi. È il cuore chiuso che non sa di essere chiuso, e che quindi non può essere interrogato.

La norma del cuore chiuso è forse una delle forme in cui il desiderio del docente si spegne senza che nessuno lo nomini? E cosa deve fare un'istituzione quando questo accade?

3. Il fantasma del docente entra nella clinica degli allievi.

La norma del cuore chiuso non rimane confinata ai convegni. Entra nelle aule, nelle supervisioni, e infine nel modo in cui gli allievi stanno con i propri pazienti.

Ma i fantasmi non scompaiono perché non vengono nominati. Si trasmettono in modo più opaco, più incontrollabile. Il collega con il microfono, dove aveva imparato a tenere il cuore chiuso? Chi glielo aveva trasmesso? E quella trasmissione invisibile, quante generazioni aveva attraversato prima di arrivare a lui?

Esiste in IRPA uno spazio in cui il docente porta i propri punti ciechi all'elaborazione collettiva? O questa elaborazione resta privatizzata nell'analisi personale, invisibile all'istituzione?

4. L'istituzione deve interrogare i propri docenti, non solo gli allievi.

IRPA non è solo un ente certificatore. Deve garantire qualcosa di più difficile da misurare della competenza tecnica: che il desiderio analitico sia stato toccato. Che gli allievi abbiano incontrato la psicoanalisi, non solo imparato a parlarne.

Ma c'è un rischio: che l'istituzione interroghi gli allievi e non interroghi se stessa. Che i docenti trasmettano una norma senza che nessun dispositivo la renda visibile. Ogni istituzione tende, nel tempo, a trasmettere se stessa, il proprio stile, le proprie norme implicite, la propria misura di cosa significa essere un analista. Questo non è necessariamente la trasmissione della psicoanalisi. Può diventarne l'ostacolo.

Esistono in IRPA dispositivi in cui i docenti sono rimessi in posizione di non-sapere? Se no, è una lacuna o una scelta?


Voglio chiudere tornando alla scena, ma a un dettaglio che non ho ancora nominato.

Il collega con il microfono ha detto: "Non sapevo che si potesse".

La parola "potesse" qui non evoca il limite di una porta chiusa a chiave, ma svela una verità più radicale, figlia della formazione psicoanalitica: per un’intera esistenza, quell'apertura non è stata negata... è stata invisibile. Non si trattava di un passaggio sbarrato, ma di un muro di cristallo che non ha mai suggerito l'idea stessa di poter essere una porta. Questo mi sembra il punto più preciso in cui si gioca la questione della trasmissione. Non si tratta di proibizioni da abbattere né di coraggio da trovare. Si tratta di qualcosa che o viene mostrato, e allora diventa possibile, o non viene mai mostrato, e allora resta impensabile. Non vietato. Impensabile.

La trasmissione è esattamente questo: rendere pensabile ciò che prima non lo era. Non attraverso una spiegazione, ma attraverso un atto e in quel momento qualcosa si apre che non si può più richiudere.

Lascio aperta la domanda con cui voglio entrare nel dibattito:

In IRPA, cosa stiamo rendendo pensabile? E cosa, senza saperlo, stiamo lasciando impensabile?

Mariela Castrillejo è psicoanalista e membro della Società Triestina di Psicoanalisi. Ha iniziato la propria esperienza clinica nel 1984 in Argentina, in contesto ospedaliero, con un'attenzione privilegiata ai sintomi emergenti nel sociale. Trasferitasi in Italia nel 1991, ha completato la sua formazione psicoanalitica a Milano con Massimo Recalcati.

Nel gennaio 2003 ha partecipato alla fondazione di Jonas Onlus, Centro di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi, di cui è stata Presidente nazionale dal 2007 al 2014, contribuendo a rendere l'esperienza psicoanalitica accessibile a un pubblico ampio.

Attualmente ricopre ruoli di responsabilità all'interno dell'IRPA (Istituto di Ricerca di Psicoanalisi Applicata), dove è docente, membro del coordinamento scientifico e Vicepresidente. È Direttrice della sede IRPA di Verona e presiede la commissione GRI (Gruppo di Ricerca IRPA).

Tra le sue pubblicazioni: Ritratti della nuova clinica. Psicoanalisi dei sintomi contemporanei (Franco Angeli, 2010);
Il soggetto fuorilegge. Psicoanalisi, legalità e diritto (Franco Angeli, 2016); Psicoanalisi e televisione. Il «Lessico amoroso» di Massimo Recalcati (Il Nuovo Melangolo, 2019), curato con Simone Regazzoni; Ti amo, ti odio, ti ignoro. Le passioni nella clinica psicoanalitica (Mimesis Edizioni, 2020).